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Vallisassoli di Paolo Clemente, il vigneron della Valle Caudina
San Martino Valle Caudina (AV), punto di congiunzione fra le province di Avellino e Benevento, un territorio impenetrabile e pregno di edifici storici, abitato sin dal Neolitico e dall’età del bronzo. Il feudo di Vallisassoli è un fazzoletto di terra, una vigna di circa un ettaro di grandezza, piantata originariamente a pergola – detta anche croce avellinese – nel corso degli anni ottanta, il proprietario e feudatario risponde al nome di Paolo Clemente, coraggioso e intraprendente vigneron, corifeo di un’agricoltura atavica eppure quantomai attuale, che tanto ha mutuato dai principi agronomici Steineriani e dalla biodinamica.

Gli esordi, una passione giovanile divorante, la cura della vigna di famiglia, e contestualmente l’incontro con Antoine Gaita di Villa Diamante, vero e proprio mentore e padre putativo professionale: il passo verso l’attuale traguardo, breve ma straordinariamente sofferto poiché frutto del proprio lavoro esclusivo – l’ottenimento della prestigiosa certificazione biodinamica Demeter riconosciuta a livello europeo – con il suo (per ora unico) prodotto aziendale 33/33/33, blend alquanto eterodosso di tre vitigni autoctoni in percentuali uguali, ovverosia  Fiano, Greco e Coda di Volpe, fermentazione con soli lieviti indigeni, affinamento di due anni sulle fecce fini, prima dell’imbottigliamento.  

La visita nella Cantina di Vallissoli

Carlo Straface e Paolo Clemente

Andiamo a trovare il produttore in una soleggiata mattina di fine dicembre, proprio al liminare della festività natalizie, e la prima sorpresa l’abbiamo visitando la vigna ultratrentennale, in località Varrettella, un declivio circondato da boschi, rivolto verso i Monti del Partenio, con la sagoma del Partenio a definire il profilo dell’orizzonte.

Qui, in queste terre bucoliche, la toponomastica è essenza ontologica delle cose, la località mutua il suo nome dalla possibilità di accesso all’area esclusivamente a mezzo di un carretto, mentre l’azienda, diversamente, dall’antica popolazione dei Sassoni, ivi allocati e residenti per alcuni anni – l’anno di fondazione del paese, infatti, risiederebbe al 837, per opera, probabilmente, dei Longobardi.

Giungiamo in cantina, proprio ad un dipresso dai possedimenti di proprietà, in compagnia del cortese e affabile proprietario, ed è impossibile non notare, a riprova di tali notazioni di carattere storico-culturale, il carattere “sincretico” e di sintesi della splendida etichetta del prodotto, come chiarito dal colloquio successivo con il titolare: trattasi, a dirimere un momento di stasi circa la scelta grafica, della riproduzione “anastatica” di una cartina topografica dei possedimenti della zona in età medievale per territori, più precisamente di una mappa disegnata a mano nel 1714, reperita da Paolo Clemente in un libro antico denominato “platea” nel castello-fortilizio ubicato a presidio del paese, di proprietà della famiglia Pignatelli della Leonessa, sorta di catasto dei beni appartenenti ai nobili ed alla chiesa in epoca borbonica.

La degustazione dei vini di Vallisassoli

Passando alla degustazione, le bottiglie prodotte annualmente sono circa duemilacinquecento, la prima annata è stata quella del 2013 e, con l’ausilio di alcune eccellenze gastronomiche locali fatte pervenire dal proprietario – doveroso menzionare il prosciutto crudo invecchiato in grotta di Calitri, l’olio estratto a freddo da cultivar monovarietale della contigua Azienda Agricola “Nicola Palluotto” e del gustoso provolone del Monaco – ci appropinquiamo ad assaggiare ben tre annate del vino menzionato: ad avviso dello scrivente, la metodologia di produzione trova diretta rispondenza nelle caratteristiche gusto-olfattive – e cromatiche alla vista – del prodotto percepite incredibilmente cangianti, passando dalle note di idrocarburi leggermente ossidative e quasi liquorose dell’annata 2013 (da provare, come ha azzardato il sottoscritto, con la minestra maritata), sino a quelle vegetali e speziate del 2015, probabilmente il più versatile per pairing con specialità di pesce (imperdibile con gli spaghetti e vongole).

Comune denominatore un sorso sapido, verticale, di straordinaria ampiezza retro-olfattiva, con un’importante spalla acida che ne sostiene conservazione a e struttura, anche per le annate più risalenti che abbiamo gustato: concludendo, tanti banchi di prova professionali attendono Paolo Clemente – una Barbera di Sant’Agata dei Goti, un bianco macerato, un rosè pet-nat, una collaborazione con il Duca di S. Martino Pignatelli della Leonessa per la gestione dei vigneti del castello – ma siamo certi che l’esperienza del proprio vino fondativo diverrà sempre più paradigma di qualità e stilema di produzione.

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    Carlo Straface

    Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.