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Il Buco su Netflix – tra fantascienza distopica e metafora gastronomica, uno spunto di riflessione
il buco

È ormai consapevolezza inveterata che i giorni di quarantena da pandemia implichino dei forti costringimenti per i cittadini, serrati all’interno delle proprie abitazioni. Da questo punto di vista, i “media”, nell’accezione più ampia possibile (inclusiva ovviamente dei c.d. “social”), acquisiscono una dimensione sempre più rilevante nel tempo profuso nel loro utilizzo. I media che appartengono a una categoria che, come aveva già definito il sociologo di origine canadese Marshall McLuhan in epoca non sospetta, “è molto estesa, poiché include ogni tecnologia che crea estensioni del corpo e dei sensi umani”.

Uno dei film più visti e discussi, in questi difficili e drammatici giorni di auto-segregazione, è il Buco, proposto dalla piattaforma digitale Netflix; trattasi di una produzione spagnola, scritta e diretta da un regista esordiente che risponde al nome di Galder Gatzelu-Urritia, che ha scelto di utilizzare il cibo come topos della propria narrazione, catalizzando l’attenzione dello spettatore gourmet: la storia è neanche troppo complicata, improntata a quel filone “distopico” a cui ci ha sovente abituato Netflix, per la verità la maggior parte delle volte con una qualità complessiva alquanto bassa, a prescindere dai budget a disposizione.

Come nel precedente “The Cube”, qui degli sconosciuti si ritrovano in una prigione – per i motivi più disparati, chi volontaristicamente per profitto, chi per motivi “repressivi” – le cui celle sono ordinate verticalmente per livelli definiti, in cui al centro è presente un buco rettangolare nel pavimento, a cui ne corrisponde uno nel soffitto: ad orari predefiniti in tale cavità transita, a mò di ascensore, una piattaforma imbandita, da cui tutti i reclusi possono approvvigionarsi nei pochi minuti di sosta delle masserizie. È immediatamente eclatante ciò che ne deriva in termini di ripartizione dei beni di consumo e di impari distribuzione degli stessi: i soggetti dei piani alti infatti saccheggiano in maniera cieca gli alimenti, lasciandone sprovvisti gli inquilini nei piani inferiori, e questo è un chiaro riferimento alla stratificazione classista della società odierna a cui fa da contraltare una commisurata carenza di solidarietà ed empatia umana. 

il buco, netflix

Indubbiamente, il film riesce, con una sceneggiatura stringata ed una messinscena improntata ad uno scabro rigore, a infondere tensione nell’incedere della narrazione, grazie anche alle progressive efferatezze ideate dal regista con i suoi collaboratori: nei livelli più bassi si arriva a praticare il cannibalismo, in un luogo che è una sorta di antro per tutti gli “outcast” della struttura, i cosiddetti “soggetti ai margini”, caratterizzati anche da pericolosità sociale, a cui fa da contraltare la qualità del cibo loro propinato,  che non si configura affatto come genere di “consumo – comfort”, bensì declinato nelle più sofisticate elaborazioni da chef professionali. Nel prologo la qualità del cibo è mostrata esplicitamente, in un tripudio di stoviglie e cucine patinate, stridenti e che si contrappongono a livello figurativo allo squallore delle celle di contenzione in cui sono rinchiuse queste anime dantesche. 

Non si può tuttavia, ad una lettura più approfondita, rimarcare forse il livello di lettura manicheo e superficiale di tale metafora gastronomica, a cui vorrebbe corrispondere, negli intenti degli autori. Una modificazione del carattere individuale del protagonista, alterato dalle contingenze della reclusione forzata e dai pericoli esterni: partendo dall’idealismo dei piani alti (non casualmente il libro che reca con sé il protagonista è il “Don Chisciotte” di Cervantes), regredendo di pari passi con lo sviluppo della storia (od evolvendosi, a seconda dei punti di vista) ad una forma di individualismo nichilista, per poi tracimare in un coraggioso pragmatismo che individua dei simboli di speranza – e conseguentemente di catarsi – nella “panna cotta” prima, e nella figlia di una reclusa dispersa (probabile il riferimento all’Eterno Femminino), riferimenti ideali per riaffermare il valore di un’umanità dispersa e costretta ad una lotta per la sopravvivenza.

Concludendo, un esordio interessante di un giovane regista, alle prese con un lungometraggio forse gravato da mire autoriali eccessive, che oscilla fra divagazioni ed allegorie antropologiche e fantascienza politica di consumo, purtroppo per noi terribilmente attuale in un’epoca storica caratterizzata dal concretarsi di paure ataviche in una società fortemente intrisa di disuguaglianze.

 

Carlo Straface

Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.