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Cantina Giardino – l’Azienda di vini naturali di Ariano Irpino ed i tour enologici internazionali

Iniziamo, se consentito, da un parallelismo di natura musicale: a livello di correnti stilistiche, il c.d. “garage rock” – associato in Italia al fenomeno più composito del “grunge” – non era altro che una reazione alla moda imperante, in cui, attese anche le intemperanze climatiche della città originaria americana di sviluppo, Seattle, aspiranti musicisti si chiudevano appunto nei garage delle proprie abitazioni, dando luogo a delle performance musicali derivanti dal punk, con canzoni brevi e dalla struttura semplice, alternanti a momenti di scariche elettriche e distorsioni ad altri di calma.

Io e Daniela

Tornando all’enologia, Ariano Irpino, località dell’Alta Irpinia sede della oramai leggendaria – per i fruitori di vini naturali e non solo – Cantina Giardino, guidata sapientemente dai coniugi Daniela ed Antonio De Gruttola, ha pochi punti in comuni in Seattle, e neanche gli stessi potrebbero essere definiti come “aspiranti enologi-artisti” attesa l’esperienza accumulata: primi vignaioli proto-naturali dell’Irpinia, a questi folli e visionari imprenditori, va ascritto indubbiamente il merito di salvaguardare, con la propria attività, il patrimonio varietale del territorio, preservandone tradizioni, retaggi e conoscenze.  

Visitando la cantina in una calda giornata di metà Agosto, consistente in pertinenze e locali sottoposti della tenuta di famiglia, accolti calorosamente dalla proprietaria Daniela, occhi saettanti che spiccano in una complessione esile, viene esattamente da coniare il termine “garage-wines”: assonanze e rimandi con le rock-band a parte (anche se vedremo che vi sono dei punti di contatto), la loro è una storia che parte dal 2003, anno in cui sei amici appassionati, collocatisi originariamente nella nicchia dell’auto-consumo ed intendendo investire gli (esigui) risparmi racimolati, acquistarono due ettari di vigne autoctone impiantate nel 1930, una sorta di revanche ai continui espianti di vigne secolari.

Progressivamente facendosi conferire uve da viticoltori che conducono i propri filari in regime biologico o bio-dinamico, l’azienda ha progressivamente iniziato a lavorare su vitigni autoctoni come Fiano, Greco, Coda di Volpe Rosso e bianco, Aglianico, raffinandone le metodologie secondo stilemi da agricoltura naturale, regalando al pubblico prodotti eterodossi, sia nella concezione filosofico-produttiva sottesa, che nelle sensazioni gustative indotte.
Anfore di
gres porcellanato artigianali, macerazioni prolungate, affinamenti sui lieviti, vasche scolme alla moda dello Jura francese, metodi produttivi esondanti dai disciplinari, insomma tecniche di lavorazione arcaiche che fanno il paio con la profusioni di locandine affisse alla pareti, nei laboratori ed uffici amministrativi annessi, comprovanti il florilegio di manifestazioni alla quale partecipano i coniugi Giardino: con percentuali della produzione vendute all’estero elevate, circa l’ottantacinque per cento del totale fra mercato americano, giapponese ed australiano, la signora Daniela si schermisce, mostrando tuttavia una profonda consapevolezza del rapporto riuscito ad instaurare con i clienti di “vini naturali”, fetta di mercato sempre minoritaria ma tuttavia particolarmente esigente e qualificata.

Straordinaria la teoria di vini in degustazione – l’azienda annovera circa ventidue prodotti – tra vitigni autoctoni (molti dei quali si fregiano della I.G.T.), anche rari come la Coda di Volpe Rosso, spumantizzati secondo il  metodo ancestrale, ed infine lavorazioni in blend: ad avviso di chi scrive, impossibile non menzionare l’imponente Panski 2017, da Coda di Volpe Bianca, sentori di agrumi ma anche idrocarburi, polvere da sparo, ed un colore meravigliosamente orange opaco (poiché non filtrato), il Sophia 2016, sapiente blend di Greco, Fiano e Coda di Volpe, fermentazioni in orci da terracotta, al palato sentori da caramello e miele in evidenza a livello aromatico, due stupendi “petillant-nature” da metodo ancestrale e vitigni autoctoni, minerali e sulfurei a più non posso, ed infine il complesso (ma non impenetrabile come Le Fole) Aglianico “Drogone” del 2009, uve provenienti dalle vigne in Castelfranci del viticoltore Perillo.

 Per Daniela si appresta la tappa obbligata in vigna – “si attendono perturbazioni e bisogna andare a verificare lo stato delle piante, le trattiamo come fossero animali di cui prenderci cura” – le cose da dire sarebbero molte, a partire della splendido packaging delle etichette mutate nel tempo, ma come tutti i progetti connotati da idealità e poesia, è proprio quel senso di “incompleta armonia nel divenire” che dona assoluto fascino ed attrazione.

Carlo Straface

Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.