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Il Mulino di Vincenzo De Nicola: una storia d’amore e di ricerca

A Calitri continua ad accadere una magia, resta in vita una antica tradizione, qualcosa che ancora non è morto. E il tema sulla morte e la rigenerazione è un tema che ci è molto caro, anche grazie agli stimoli che ci ha fornito lo Sponz quest’anno. Siamo arrivate a Calitri incuriosite proprio dal tema della morte, una morte generata dalla mancanza di empatia, una pestilenza che ha eroso il tessuto sociale in nome degli interessi economici a tutti i costi, dell’individualismo sfrenato, per cui la soluzione proposta dal direttore artistico dello Sponz – Vinicio Capossela – è di scavare nella propria terra, anzi “Sottoterra”, dove si nascondono i corpi in putrefazione, ma dove si trova anche il terreno più fertile che può nutrire radici che resistono alle avversità della superficie terreste. A Calitri quindi abbiamo preso per buono il suo consiglio e abbiamo incontrato delle persone con cui consolarci, con cui co-spirare, respirare insieme, tra un pianto e l’altro, commiserando le esistenze di chi non vede che la catastrofe ecologica e sociale è già in mezzo a noi e vive una vita assolutamente immerso in un’iperrealtà illusoria. Il nostro pianto quindi, nel nostro percorso esplorativo, è un pianto rituale, trasfigurato tramite una ricerca fotografica e di un breve reseconto di ciò che gli altri vedrebbero come semplicemente morto, e noi vogliamo dargli vita, ancora ed ancora nei nostri gesti rituali quotidiani. Il nostro percorso, allora,  parte dall’incontro con la famiglia De Nicola. Buona lettura e buona osservazione.


Quando entri nel Mulino di Ficocchia, innestato tra la Campania e Basilicata, sembra già un cambiamento totale di dimensione.

Le macchine non hanno nulla dell’industrializzazione 4.0, in grado di potenziare ogni singola fase del processo produttivo. Si direbbe quasi che in questo luogo, la produzione non sia la priorità, ma un aspetto di cui tenere la massima cura. E a dirlo così, sembra che non ho scritto nulla, invece insisto.

Le macchine del Mulino Ficocchia sono macchine agricole accuratamente armonizzate meccanicamente al servizio dell’uomo, potrebbero forse funzionare meglio con un bello schermo a led, con tanti numerini che ti raccontano di cosa accade al grano che attraversa ogni singolo ingranaggio. Sarebbe più semplice e produttivo, ma questo a Calitri non accade.

Il Mulino Ficocchia è una storia meridionale, nel più intimo dei significati. Vicenzo De Nicola, un uomo, che da ancora ragazzo nel dopoguerra sceglie di studiare all’Accademia delle Belle Arti, studia scultura e, tra i tanti lavori, diventa un bravo stuccatore, viene chiamato in lungo e largo per lo stivale per restaurare e operare sulle opere più belle del Rinascimento che fu, e poi alla fine, un giorno, tornato a casa si innamora di Lucia Margotta e decide di restare a Calitri. È stato poi operaio e ha ricoperto una parte importante durante la ricostruzione post terremoto dell’80, il terremoto-evento che ha sconvolto la vita e l’economia irpina una volta e per sempre.

A questo punto, si sarebbe potuto accontentare di una vita fortunata, d’altronde aveva un lavoro e non è poco. In fondo, non possiamo dimenticarlo, quanti sono stati i migranti economici che hanno nutrito il Nord Italia dal dopoguerra sino ai giorni d’oggi? E invece, lui, ostinatamente, è riuscito a restare. Pensateci, già negli anni ‘80 è stata una grande conquista: ancora oggi non tutti hanno il privilegio di poter scegliere dove restare a vivere, eppure Vincenzo ci è riuscito.

Vincenzo De Nicola, credits Emanuela Di Guglielmo

Lucia Margotta, credits Emanuela Di Guglielmo

Pasqualino De Nicola, credits Emanuela di Guglielmo

Tuttavia, qualcosa dentro Vincenzo ancora continuava a stridere. La terra di Calitri ha continuato a premere sulla soglia della sua vita, non è infatti riuscito a rinchiudere la terra nei cassetti polverosi, che ancora raccolgono le sue sudate carte degli studi artistici. L’eredità contadina delle famiglie di entrambi i coniugi si sono quindi condensate all’interno del Mulino Ficocchia.  Il progetto di vita di Vincenzo e della sua famiglia non si era concluso e il Mulino ha iniziato a rivestire sempre più un ruolo centrale nella loro vita. Le macchine del Mulino allora sono state ingegnate per affrancare il lavoro di Donna Margotta e del figlio Pasqualino, eppure anche lì si vede che la tecnica dei macchinari è perfettamente concepita per andare incontro all’uomo, senza sovrastarlo. La meccanica è unica, le macchine sono assai antiche, e sono state riadattate nel tempo con genialità ingegneristiche di un umile, ma pur sempre brillante, Leonardo delle macine. 

Il Mulino Ficocchia non è semplicemente un Mulino: ma un centro relazionale dove il valore assoluto è il contadino

Anche il ruolo del Mulino Ficocchia doveva essere una sorta di incitazione ontologica alla trasformazione del reale. Le macchine senza la curiosità e l’amore per il territorio non sono nulla. Non bastava semplicemente trasformare il grano e gli altri cereali come farro, mais e chi più ne ha più ne metta; bisognava scendere nella profondità delle cose, alle sue radici: scoprire la natura del grano (e degli altri cereali), portare alla luce la forza e l’unicità del piccolo e miracoloso chicco di grano ad esempio, per catturarne l’essenza, comprenderla e realizzare un prodotto farinaceo all’altezza delle antiche origini che elevano il grano (e non solo), già in tempi non sospetti, al bene supremo e più prezioso per la dea Cerere. Per questo motivo affianco alla macinazione c’è uno studio approfondito delle tipologie di grano e della loro migliore macinazione, dell’uso delle farine per quali scopi. Il Mulino allora ha proseguito la sua crescita, ma è stato condotto negli anni dalla biga di domande nient’affatto retoriche, come ad esempio: quali grani antichi e autoctoni stava macinando il Mulino Ficocchia? Quale tipologia, con quale grana, da dove provenivano i grani e gli altri cereali e chi garantisce questa preziosa materia prima, più preziosa di qualunque monile?

Vincenzo nella nostra breve chiacchierata al mulino è stato molto chiaro con me, per quanto uno possa essere esperto (ammesso che si diventi mai esperti di qualcosa, ovvero padroni al 100% in una determinata materia) dei grani e del processo di macinazione, esiste un unico elemento che può garantire pienamente l’autenticità del processo produttivo delle farine. E questo elemento è il diretto cordone ombelicale che conduce dalla terra all’uomo che la coltiva. 

uno dei contadini diretti che abbiamo incontrato nel Mulino, lui è Mario coltiva la Risciola a Pescopagano, un grano che cresce a circa 1000 mt di altitudine.
credits Emanuela Di Gugliemo

Al Mulino la garanzia che certifica la qualità dei grani antichi e dei cereali è il contadino diretto che viene a macinare il raccolto. I coniugi conoscono non solo nome, cognome e i terreni da cui provengono i grani del bacino più fecondo di Irpinia e della Lucania, ma sono certa che potrebbero dirti anche a “quale famiglia appartiene il produttore”, una domanda spontanea e di rito a cui chi proviene da piccole realtà – aderenti ad una popolazione di non oltre i 5mila abitanti – è perfettamente abituato.

“La sfortuna di territori come i nostri è una grandissima qualità dei prodotti, ma scarsa capacità a collaborare, in un mercato come questo ti fai male da solo, se fossimo stati insieme saremmo stati una potenza: coltivatori e trasformatori di prodotti di altissima qualità e chi fa promozione per il territorio” , afferma Vincenzo De Nicola

 È vero, Vincenzo e la sua famiglia distribuiscono le migliori farine macinate normalmente o nel mulino a pietra in tutta la Campania, anche in Costiera Amalfitana per la Ristorazione di altissima qualità. Tuttavia, sa bene che il lavoro da portare avanti è ancora lungo. Infatti, da un lato Vincenzo è consapevole dei limiti che hanno lo studio e la tutela dei grani antichi senza la creazione di una rete sinergica tra chi abita i territori, sempre più spopolati dell’entroterra appeninico; dall’altro lato afferma – De Nicola – che occorre una maggiore cooperazione tra chi produce, chi trasforma e chi promuove uno sviluppo produttivo differente, uno sviluppo più umano, ecosostenibile, fatto di piccole produzioni in linea con i dettami delle stagioni e dei tempi naturali di maturazione e dell’uomo. Tutto questo è fantascienza o un modo malinconico di tornare alle origini contadine? Sono convinta che in questo discorso non esista alcun velo di malinconia, ma è attualmente l’unico sistema possibile per difendere e accrescere ciò che resta della civilità contadina del Sud Italia, di cui Vincenzo e la sua famiglia sono solo alcuni dei tanti attori.

Chiara Rainaldi

Digital Strategist, Project Manager and Project Leader of Guyot Media. Nel 2014 ha lavorato presso la Camera di Commercio di Avellino nel progetto pilota realizzato da Google Made in Italy: Eccellenze in Digitale. È stata Selezionatrice HR settore ICT per l'avviso pubblico "Made in Italy- eccellenze in digitale 2015". Attualmente è socia dell'Associazione Italiana Sommelier.