Cantina Perillo – L’eccellenza del Taurasi dell’Azienda Agricola di Castelfranci

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Cantina Perillo – L’eccellenza del Taurasi dell’Azienda Agricola di Castelfranci

Un fazzoletto di terra, vigneti apparentemente irregolari, inframezzati da piante erbacee e da frutto, sospesi fra il fiume Calore ed i Monti Picentini: siamo nel comune di Castelfranci, nel disciplinare di produzione del vino campano più prestigioso, il Taurasi. La piccola casa colonica che ci appare davanti è l’abitazione, con annessa cantina, di un produttore che in pochi anni è divenuta una vera e propria leggenda locale, Michele Perillo e la sua Cantina

 

cantina perillo

Io e Michele Perillo

La storia della sua famiglia è storia di inveterate tradizioni rurali, di passioni sussurrate e poi realizzatesi nel confronto con la natura, sin dagli inizi del Novecento, da quando le uve di Aglianico venivano prodotte e solamente conferite. È  il 1999 in cui avviene l’anno della svolta, quando sotto l’egida gestionale dell’attuale proprietario Michele, è stata intrapresa la via della commercializzazione e imbottigliamento con un proprio marchio, grazie anche alla collaborazione dell’enologo Carmine Valentino.  

Superata la fase delle presentazioni, l’impressione che si ricava dialogando con il proprietario è quello di un contadino che vive in un processo quasi osmotico con i propri vigneti, al punto da influenzarne temperamento: umore, propensioni, come è confermato dalla visita nei vigneti, in cui una luce appare vivida nello sguardo. L’azienda può contare – oltre a caratteristiche pedo-climatiche peculiari – su delle vigne molto vecchie  alcune delle quali innestate su piede franco poiché centenarie e che producono un aglianico caratteristico, con acini piccoli, che in zona viene definito “a coda di cavallo” per la forma allungata che lo caratterizza.

Le coordinate produttive vengono ripetute come un mantra dal produttore, la voce arrochita dalla fatica quotidiana, ma vibrante e profonda, come si addice ad un uomo che è riuscito ad affermare una sua idea di lavoro, e di enologia: nessuna concimazione e utilizzo di diserbanti, vendemmia leggermente tardiva ovviamente manuale, bassa resa per ettaro, impiego di lieviti indigeni, circa due anni di maturazione in legno – barrique di rovere e slavonia – nessuna filtrazione né chiarificazione, insomma una conduzione a tutti gli effetti biologica, anche se non certificata.

Colpisce a riguardo la scelta dell’azienda di limitare la propria gamma aziendale a tre prodotti, il bianco Coda di Volpe – esiste anche la variante rossa, ma le piante sono così esigue da non consentirne una commercializzazione, precisa il proprietario – il Taurasi DOCG, il Taurasi DOCG Riserva, all’uopo eliminando il Campi Taurasini, originariamente in catalogo.

Il sole cocente non lascia scampo, Michele ne è ben consapevole, trascorrendo l’intera giornata tra vigna e cantina, ove opera senza soluzione di continuità, avvalendosi dell’aiuto della moglie Annamaria e del figlio Felice, ed a mezzogiorno ci apprestiamo alla degustazione dei propri prodigi enologici: una lentezza apparente, nelle metodologie impiegate, che in realtà è ragionata consapevolezza, se pensiamo che dopo l’imbottigliamento e prima della commercializzazione, i vini aziendali vengono fatti riposare in cantina per otto anni, ripagando il vigneron della intransigente fatica profusa, anche a rischio di esporsi al riscontro di difetti ed imperfezioni.

Sorprende per freschezza e sapidità il Coda di Volpe, vitigno autoctono per anni relegato ad utilizzo in blend, qui declinato in una versione di pronta beva, fresco e dal finale persistente, arrivando infine ai due Taurasi DOCG, la versione “base” e la riserva, che matura in botti sino a due anni, e viene messo in commercio a 6 anni dalla vendemmia: ad avviso di chi scrive, fatta la tara all’emozione di degustare in successione simili perle enologiche, a differenza della riserva, che poi rappresenta il corrispettivo liquido di un cru aziendale – da degustare dopo una conservazione più prolungata – la versione giovane sembra avere una agilità diversa, con un colore rubino e orlo granato, naso complesso ed articolato, note di frutta rossa e poi toni speziati e boisé, cangiante e dinamico come solo i vini di razza sanno essere.

Si avvicina il momento del congedo, e davvero abbiamo appreso che la natura ha regole proprie, e solamente chi riesce a codificarle, parzialmente per ciò che lo riguarda, come Michele Perillo, ne trarrà i frutti migliori.

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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