La Vernaccia di Or…ro, la vocazione di un territorio autentico

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La Vernaccia di Or…ro, la vocazione di un territorio autentico

vernaccia di orro

Vi racconto una fiaba: c’era una volta una terra molto lontana, immersa nella natura incontaminata tra strapiombi spettacolari erocce granitiche levigate dal vento, il tutto circondato da un mare cristallino. Un luogoricco di storia e di segreti, custoditi fieramentedai suoi abitanti che portano avanti tradizioni millenarie, come quella del vino, con la caparbietà che storicamente li contraddistingue. Vitigni leggendari, dai nomi più bislacchi, popolano quest’isola: cannonau, nieddera, cagnulari, nuragus e vernaccia.

vernaccia di orro

Ed è proprio di quest’ultimo vitigno, la vernaccia, di cui vorrei raccontarne la storia, e nello specifico dell’azienda agricola-Fattoria Didattica Orro, a Tramatza, in provincia di Oristano. Ciò che mi ha colpito di questa realtà è, oltre all’intensità e alla genuinità dei suoi vini, la concezione di sè quale “ospite” di un territorio. In primo piano quindi c’è l’identità di un territorio: tutto ciò che ne fa parte deve essere ecosostenibile. Un approccio avvalorato dai vini, equilibrati e armonici, prodottida vitigni autoctoni, capaci di esprimere ai massimi livelli la potenzialità del terroir.

vernaccia di orroUn vino ha catturato la mia attenzione in modo particolare, ossia la Vernaccia “Crannatza”: annata 2015, 17% di tasso alcolemico, bottiglia da 50 ml. Siamo nella bassa valle del Tirso, dove il suolo è sabbioso e ricco di argilla, a seguito dello straripamento del fiume Tirso, che ha consentito di accumulare detriti, nel corsodei millenni.Il mosto-fiore è posto, per l’affinamento di almeno 60 mesi, in piccole botti di castagno scolme, dove lieviti indigeni entrano in gioco, formando il flor (un velo sulla superficie del vino) e, nutrendosi di alcol, rilasciano delle molecole aromatiche particolari che conferiscono alla bevanda uno spettro olfattivo unico nel suo genere.

Il risultato? Una piccolagemma enologica. Il colore ambrato, caldo e avvolgente, scalda il cuore e anticipa al nasoi tipici accenni ossidativi, di fiori di mandorlo e frutta secca.Ma non è tutto, scendo ancora più in profondità e avverto chiaramente il miele di castagno e una bella mineralità che richiama, in un tutt’uno di aromi: roccia e mare. In bocca potrei definirlo un vino “saporito”: il gusto è secco, si conferma la nota alcolicae amaricante che avevo colto al naso, una sapidità sferzante, una freschezza intrigante e un finalelunghissimo. Per me è un vinocapace di cogliere la vera essenza dell’isola e dei suoi abitanti. Un vinoschivo,quasi ruvidoall’apparenza, ma capace di grande calore, se si è disposti ad aspettarlo. Un vino autoctono chiama il cibo della tradizione per cui in abbinamento proporrei gli squisiti spaghetti alla bottarga di muggine, ma anche una buona pasticceria secca.

vernaccia di orro

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Concludo il mio articolo con un invito a scoprire quest’isola, spesso un po’ dimenticata, e i suoi tesori: la Sardegna, infatti, non è solo mare limpidissimo, yachts, locali all’ultimo grido e vita notturna,anzi lo è solo in minima parte. C’è un altro lato, nascosto, antico,autentico, vivo. In una terra dove il silenzio è ancora la lingua parlata, mi torna alla mente una frase di Michela Murgia che coglie perfettamente l’essenza della sua isola:

“Ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un altro che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate”.

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