Spazio 7 – Il Ristorante Stella Michelin della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e le sfide dell’arte contemporanea

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Spazio 7 – Il Ristorante Stella Michelin della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e le sfide dell’arte contemporanea

 

Etimologicamente, il sostantivo mecenate deriva da Caius Maecenas-atis, cavaliere romano, nonché primo ministro alla corte di Ottaviano Augusto all’età dell’Impero, il quale ebbe la lungimiranza di creare un vero e proprio “circolo artistico” di corte: all’interno di tale consesso, Mecenate accolse i più grandi uomini di cultura del suo tempo, tra cui Orazio, Ovidio, Tito Livio, e, per “traslazione temporale”, oggi tale termine finisce per designare tutti coloro che finanziariamente promuovono l’attività artistica. 

Peggy Guggenheim ne fu una figura paradigmatica, in una declinazione moderna dipinte come art advisor, business women, imprenditrici e tycoon illuminate: collocandoci nel capoluogo del regno che fu sabaudo, ovverosia Torino, la famiglia Sandretto Re Rebaudengo ben potrebbe attagliarsi a tale categoria, con l’enorme spazio espositivo gestito negli spazi di Via Modane, in una vecchia fabbrica di cerchioni, poi inaugurata nel 2002, un open space di tremilacinquecento metri quadri interamente dedicati all’arte ed alla ricerca, ma anche sede del ristorante Stella Michelin “Spazio 7”, che abbiamo avuto il piacere di visitare in occasione della manifestazioni “Grandi Langhe 2020”. 

Dunque, sotto l’egida di Emilio Re Rebaudengo, giovane figlio di Patrizia, manager e direttore del ristorante, e del talentuoso chef Alessandro Mecca, si rinnova il sodalizio professionale che anche questo anno, il terzo, ha portato alla riconferma dell’importante traguardo della stella Michelin: una realtà ristorativa parte integrante della Fondazione, divisa in due aree, la caffetteria al piano terra, per colazioni ed aperitivi, ed il ristorante vero e proprio, aperto a cena, e gestito, dicevamo, con piglio creativo e mano solida da Alessandro Mecca, un passato nel ristorante di famiglia, con radici toscane, di Altopascio, nella provincia di Lucca.

Cura maniacale per gli ingredienti, molti di provenienza locale, ma anche una straordinaria duttilità e creatività nell’elaborazione degli stessi, in perenne ed instabile equilibrio fra creatività e radicamento “della tradizione”. Tre i menù disponibili, “Gran Torino”, dedicato ai piatti storici del capoluogo piemontese, “Spazio 7 nel tempo”, devoluto ad una sorta di “progressione” dei propri stilemi gastronomici, ed infine “Occupy the Table”, un percorso ragionato di 9 portate, direi un’“azione performante” su canoni pre-definiti, imprimatur di uno chef che non fa mistero di trarre ispirazione dalle medesime collezione della struttura ospitante, in una sorta di “continuum spazio temporale” che trae linfa dalle rispettive attività artistiche, concepite in una sorta di osmosi creativa.

Dopo la visita alla struttura, dunque, in una uggiosa domenica invernale, ci apprestiamo alla degustazione del menu proposto, iniziando da un piatto iconico dello chef Mecca, e cioè il “dentice all’acqua pazza”, un ceviche di dentice celato da un impiattimento che ricorda in tutto e per tutto la tecnica del dripping” di Pollock, rigoroso e dall’acidità equilibrata, seguito dallo scampo, trippa e fagioli, dalla sapienti cotture, giustapposte alla crudità dello scampo: si prosegue con il risotto broccoli ed alici, omogeneo e sapido al salato, proseguendo con le tre variazioni di capra, alla griglia, allo stracotto in panino “bao” asiatico, ed infine con brodo di tajarin, pasta fresca fatta in casa della tradizione del capoluogo sabaudo. 

 

 

voilàSu tale complessità aromatica e gustativa scegliamo di abbinare, con gli amous-bouche, un Franciacorta Contadi Castaldi, a tutto pasto uno straordinario “Et Voilà”, spumante brut dell’azienda locale (alquanto spregiudicato nell’impianto e tuttavia rinomato per il rigore dei suoi prodotti nei confini regionali) Cascina Baricchi, blanc de noir dal perlage fine e persistente, che non ha alcun timore reverenziale con i prodotti dei cugini d’oltralpe: sul pre-dessert e sulla susseguente portata dolce – una deliziosa millefoglie con tarte-tatin alle mele – il sommelier, giocando di rimando fra fini contrasti e “secchezza aromatica”, ci propone un delizioso “Vigna del Volta”, Passito di Malvasia di Candia dell’azienda emiliana “La Stoppa”, trama setosa per un’elegante vino liquoroso non botritizzato.

Insomma, concludendo, davvero un luogo suggestivo per una cena stellata, in cui le eleganti suppellettili in silicone del designer biellese Alessandro Ciffo, le installazioni e le opere d’arti alle pareti, il tovagliato optical, e le fini creazioni dello chef finiscono per offrire una visione artistica “sincretica” in cui la somma dei singoli elementi travalica e ne supera la dimensione collettiva “addizionale”: null’altro, mutuandone il significato propriamente artistico, che una conciliazione e sintesi, pur nella conservazione del significato originale, di stili, influenze e linguaggi gastronomici variegati, uniti da un sostrato culturale comune.

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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