Vineria Bandita al Vomero – Il Wine Bar d’autore con mescita di vini artigianali

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Io, Giuliano Granata, Federica Palumbo

Io, Giuliano Granata, Federica Palumbo

L’etimologia della parola artigiano affonda le proprie radici nella profondità dei tempi, e segnatamente, nella Grecia di epoca classica, in cui il significato rimandava anche all’arte genericamente intesa intesa come manifestazione dell’ingegno umano, non casualmente il termine “technè” veniva utilizzato per designare entrambe le discipline.
Trasferendo tale vocabolo nell’ambito applicativo dell’enologia, ben potrebbe essere inteso estensivamente, in un’accezione dualistica, sia quale metodologia di lavoro, che di filosofia di produzione sottesa. Guai a parlare di concept con Giuliano Granata, riguardo alla sua nuova intrapresa commerciale nel quartiere residenziale Vomero, denominata “Vineria Bandita”, gestito insieme alla compagna Federica Palumbo, e dedicato principalmente – ma non solo – alla tipologia di vini cosidetti ‘artigianali’, oltre che alla valorizzazione dell’operato di piccoli produttori, non necessariamente legati a sigle di appartenenza.
Bandita, irregolare, informale, dissidente, tanti i termini per descrivere questo elegante e moderno wine-bar, caratterizzato da soffusi giochi di luce, mura in pietra viva di tufo e suppellettili dalla influenze art-decò in ferro e legno: tuttavia per comprendere appieno la genesi del locale è necessario conoscere la storia dei titolari. Praticante avvocato (lei) e dottore commercialista (lui), hanno messo a punto la propria sinergia professionale nell’esperienza antesignana del locale “Granafine”, storicamente ubicato a pochi isolati di distanza e, ahimè, chiuso prematuramente dopo circa tre anni per “eterodossia dei fini” rispetto agli intenti originari di fondazione, da parte dell’appassionata coppia.
Invero, da una breve lettura della carta dei vini, viene confermato il grande risalto conferito dai titolari al terroir di provenienza del singolo prodotto, con una compilazione della stessa che conferma la vocazione “rurale e militante” del luogo: in bella evidenza il nome del vino, l’hashtag del produttore utilizzato nei servizi web e social network, la composizione degli uvaggi, l’ubicazione dell’azienda e la relativa produzione annuale, sorta di “mappatura emozionale” della proprie selezioni offerte.
Una lista in perenne divenire, aggiornata a cadenza settimanale, con disponibilità quotidiana di cinque/sei vini a mescita prescelti fra una settantina di etichette (i prezzi, per inciso, sono da enoteca di provincia, senza alcun ricarico per il servizio al tavolo, numerosi gli avventori che si recano semplicemente per l’acquisto al dettaglio), siamo lontani da qualsiasi edonismo o artifizio gustativo, bisogna impegnarsi per scovare qualche classico dell’enologia italiano, che tuttavia non manca, senza compiacimenti di sorta: interessante anche la selezione dei prodotti, svariati taglieri di salumi regionali, spazio anche ad eccellenze estere, come le alici del Cantabrico o il Salmone scozzese, impiattamenti curati, anche qui senza velleità gourmet.
Chiara dunque la linea di demarcazione rispetto alla precedente esperienza, qui l’aspetto gastronomico è sapientemente relegato in secondo piano rispetto alla proposta enologica, elegante e riuscito connubio tra tapas e comfort food: passando alla degustazione, si inizia con la bollicina da metodo ancestrale, vitigno autoctono emiliano Pignoletto, prodotto da Francesco Bellei (nell’asset di Cantine della Volta), identitario e iconoclasta, perlage fine, in pairing del salmone e ricotta di bufala, per proseguire con il misconosciuto (per lo scrivente) “Le Marne Bianco” dell’azienda Le Marne, da vitigno autoctono Gavi, un sovvertimento dei canoni gustativi del prodotto, qui reso in versione più “spigolosa”, conferita probabilmente dall’affinamento in cemento, profilo aromatico godibile, con sentori speziati, in abbinamento una variazione di formaggio caprino.


Superfluo rimarcare la sontuosità di un classico come il Riesling “Joh Jos Prum Auslese 2015” della Mosella, residuo zuccherino più elevato ma nitore di idrocarburi percepibile chiaramente, passando ai rossi due chicche davvero quelle proposte: “Vigneti delle Dolomiti Zweigelt” di Radoar, cantina vinicola trentina da Maso biologico, incredibile la consistenza che ricorda un Pinot Nero, a livello retro-olfattivo composito e cangiante, per concludere con il rimarchevole “Montefalco Rosso Raina” dell’azienda Francesco Mariani, blend con Sangiovese e Merlot, agricoltura biodinamica ed affinamento in botti di rovere, trama tannica di grande eleganza al servizio di un sorso rotondo, dal finale lungo e persistente, qui è perfetto il servizio con un piatto di prosciutto iberico “Patanegra”, untuoso ed aromatico al punto giusto.


Concludendo, davvero una novità di rilievo a Napoli, sarebbe auspicabile un’integrazione dell’offerta eno-gastronomica magari estesa anche ai dessert, con relativi distillati e vini liquorosi, ma per ora la strada è quella giusta, come diceva un famoso musicista, non “esiste l’avanguardia, ma solo qualcuno che rimane un po’ indietro”.

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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