Carbonara e non solo nel Concept di Chef Monosilio la Storia di “Luciano Cucina Italiana”

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Carbonara e non solo nel Concept di Chef Monosilio la Storia di “Luciano Cucina Italiana”

Luciano cucina italiana

Alchimia, sinergia, capacità di innovare, passione e volontà di voler fissare degli standard gustativi, in un panorama esigente e dalla vocazione cosmopolita come quello della capitale romana.

Sin dagli esordi, sulla scorta di queste coordinate, alla mirabile età di venticinque anni, il nome di Luciano Monosilio, enfant terrible degli chef della gastronomia italiana, è sempre stato legato indissolubilmente a quello di maestri blasonati come Fulvio Pierangelini, Enrico Crippa, Mauro Uliassi, partendo dalla cucina di Roscioli e dal proprio paese natio, Albano Laziale, ridente centro nel cuore dei Castelli Romani: la svolta è tuttavia arrivata proprio qui, con Alessandro Pipero, sommelier e maitre “a la page” degli ambienti capitolini, con il traguardo dell’ottenimento della stella Michelin nei locali dell’Hotel Rex di Roma, sino al passo susseguente al divorzio professionale, ovverosia l’apertura di un locale a suo nome.

Il ristorante della “maturità individuale”, che per molti versi ha segnato un’inversione di tendenza rispetto alla ardite sperimentazioni “fine – dining” precedenti (affinate del resto anche in anni di “pellegrinaggi turistico – gastronomici” in disparate località dell’America Latina, della quale erano evidenti le relative influenze) si chiama Luciano Cucina Italiana, ha inaugurato da circa un anno nella Piazza del Teatro di Pompei – non lontano da Campo dei Fiori – ed è forse definibile come l’implementazione di un proprio concept: codifica e formalizzazione di una ricetta-archetipo del proprio stile, la mitica carbonara, che gli ha fatto guadagnare l’appellativo di “king of carbonara”, ma anche contestualmente ritorno alle proprio tradizioni “rurali”, con un lavoro certosino sulla riscoperta delle preparazioni di lievitati e pasta, funzionale alla valorizzazione dell’identità italiana nel mondo.

I ritmi sincopati del quartiere segnano il passo, all’ora di pranzo, ad una rilassante tranquillità, con la quasi totalità dei negozi aperti e turisti che affollano, ordinati e rumorosi, i bistrot presenti negli eleganti reticoli di strade che informano la geografia urbana del luogo: circa cento coperti in un locale dal gusto squisitamente contemporaneo e dalle influenze minimal e pop, angolo deputato a mini-pastificio ed un menù ridotto in cui non trovano spazio percorsi degustativi o elaborati pairing enologici, ma solamente classici della gastronomia nazionale, grande il rilievo offerto ai prodotti dei “Vignaioli indipendenti”, piccoli produttori di varietà spesso autoctone, anche se non necessariamente da produzioni biologiche o bio-dinamiche, con una selezione di oltre cinquanta etichette.

Indubbiamente, la carbonara, impiattata in modo ineccepibile con tanto di ricetta originale allegata, “me la copiano lo stesso – chiosa lo chef – quindi tanto vale anticiparli e scherzarci su distribuendo la ricetta”, riveste un ruolo di assoluto rilievo, la cottura della pasta Monograno Felicetti è perfetta, il guanciale crocca al palato, il Grana Padano ed il Pecorino romano dop fungono da elegante contrappunto all’untuosità calibrata dell’insieme, in abbinamento un sapido blend di Malvasia e Passerina “Oncia Bianca” dell’azienda “Carlo Noro” del frusinate, il campanilismo che non guasta: proseguendo nella degustazione, espunta la pizza alla quale lo chef sta dedicando un altro progetto parallelo, è il turno delle deliziose “polpette di bollito con salsa alla senape e vinaigrette all’erba cipollina”, ed infine del carpaccio di agnello con pecorino romano, mosto cotto ed alga croccante, altro evidente “ibrido” fra creatività e tradizione”.

Concludendo, una fine operazione di “montaggio creativo” di quelli che sono gli stereotipi della cultura gastronomica italiana, giocando con gli elementi nominali, le metodologie di preparazione tradizionali – sino ad arrivare, palingenesi dei fini, ad una sorta di “autarchia produttiva” in cui tutte le tipologie di pasta offerte verranno preparate in loco da Monosilio ed i suoi collaboratori (e, perché no, anche per la vendita diretta): Warhol sosteneva, con fine lungimiranza, che la replicabilità è una delle caratteristiche distintive dell’arte moderna, e dunque, provando a traslare tale assioma nell’ambito del settore che ci occupa, potremmo augurare allo Chef Luciano un destino simile, gli intenti sono alquanto chiari…

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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