Alla scoperta del José Restaurant in Villa Guerra

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Alla scoperta del José Restaurant in Villa Guerra

José restaurant

José Restaurant in Villa Guerra – la nuova stella Michelin di Domenico Iavarone brilla su Torre Del Greco e sulle ville vesuviane del Miglio d’Oro

Una vecchia canzone popolare recitava testualmente: “Miglio d’oro, miglio d’oro, qui s’incanta tutta la gente, hai l’oro veramente, hai l’oro intorno a te”. Il riferimento era indirizzato alla coordinata di misura spaziale della distanza fra le ville borboniche vesuviane, di ispirazione architettonica rococò e neo-classica, che lambivano il mare nei comuni di San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco, straordinaria opera globale di edilizia urbana che nel contempo segnò il passo per la riscoperta archeologica dei territori sottesi (oltre che infrastrutturale, se si pensa che tale tratto fu servito dall’avanguardistica linea tranviaria Napoli-Portici-Torre del Greco, di ispirazione per l’intera penisola). 

L’eno-gastronomia e la riqualificazione urbana territoriale, due elementi spesso contigui ma mai così incredibilmente convergenti, come nella storia che ci accingiamo a raccontare: le date determinanti, separate da una crasi temporale di circa cinquant’anni, vanno individuate nel 29 Luglio 1971, in cui il Parlamento Italiano istituì l’Ente per le Ville Vesuviane, allo scopo di tutelarne il relativo patrimonio artistico e retaggio culturale, e nel 6 Novembre 2019, nel quale, nel corso della cerimonia, per la prima volta un ristorante collocato all’interno di una delle ville storiche facenti parte di tale comprensorio veniva insignito della prestigiosa stella Michelin, massimo traguardo di settore, assegnata dunque al Ristorante Jose della Tenuta Villa Guerra, sita appunto in Torre del Greco, storica città del corallo (i cui richiami iconografici sono evidenti nelle suppellettili ed arredi delle sale interne della struttura). 

José restaurant

Io e Domenico Iavore

Indubbiamente, il risultato va ascritto grazie allo straordinario lavoro sinergico profuso dalla famiglia Confuorto, da anni attiva nel settore della distribuzione alimentare, che ha curato la ristrutturazione e adeguamento dell’intero corpus originario, provvedendo, con lungimiranza, ad affidarne la direzione della cucina ad uno chef di esperienza (già precedentemente stellato) come Domenico Iavarone, con i suoi trascorsi prestigiosi al ristorante Maxxi dell’Hotel Capo La Gala di Vico Equense: l’obiettivo palese era quello di emanciparsi dalla ristorazione per banchettistica alla quale rimangono, diversamente, votate altre ville contigue, probabilmente preda di una concezione troppo oleografica del proprio contesto di appartenenza. 

Che del resto si respiri creatività e “eterodossia dei fini”, in questa Villa patrizia borbonica – che, per inciso, è la numero centodue delle centoventidue già censite e catalogate dal competente Ente, dotata di una splendida terrazza e giardino esterno, cantina seminterrata ed orto con prodotti territoriali – lo si deduce già dall’ingresso dell’imponente portico, in particolare da un dettaglio ornamentale architettonico, la statua del Santo patrono del capoluogo partenopeo Gennaro: a differenza delle altre residenze, qui il capo non è rivolto verso la terraferma, bensì ha lo sguardo proteso verso il mare, quasi a vaticinare la vocazione che muoverà l’operato degli imprenditori e l’attitudine della struttura che ne diverrà sede (e, chissà, anche inevitabilmente le commistioni e suggestioni gastronomiche delle creazioni dello chef). 

Passando alla degustazione, straordinaria la progressione dei piatti proposti, serviti in un’elegante sala interna con lampadari ed arredi in vetro di murano, boiserie e soffitti alti, con un impeccabile servizio curato dal maitre Pasquale Marzano e dal sommelier Salvatore Maresca: dopo l’omogenea eleganza degli amous-bouche, ai quali è stato abbinato sapientemente uno Champagne Henry Dosnon, salino e dall’acidità calibrata, si prosegue con la “tartare di manzo alla senape, lamponi e nocciole” seguita dalla imponente seconda entreè rappresentata dalla “zuppa di porcini e scuncilli, burrata affumicata e patate allo zafferano” – pairing con il “Renosu bianco” della Tenuta Dettori, terminando la prima tornata con il gioco di equilibri offerto dal piatto “risotto alla cipolla bruciata, alici, mandorle e yogurt”.

Henri dosnos

Affascinante e intelligente il gioco dei rimandi fra i secondi – pairing impeccabile rispettivamente con il vino Biodinamico Bellotti Rosa e il Taurasi Nero Né –  con la perfetta consistenza della “triglia in patata fritta, lattuga romana e ravanelli”, seguita dalla “pancia di maiale glassata, lenticchie, fave di cacao e mela annurca”, sebbene ad avviso di chi scrive qui lo chef Iavarone potrebbe osare di più nella scelta della materie prime, dato che tecnica e talento non gli difettano: finale dolce con il gustoso “tiramisù con ricotta di bufala e gelato alle fave di Tonka”, sul quale viene offerto, sapientemente, un passito Beneventano “Iss” dell’azienda vinicola “I pentri”, finemente aromatico e dal finale lungo.

  

 

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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