Francis Orban – il Recoltant Manipulant della Champagne e la tradizione identitaria del Pinot Meunier  

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Francis Orban – il Recoltant Manipulant della Champagne e la tradizione identitaria del Pinot Meunier  

Francia, regione della Champagne, riva destra della Marna, comune di Leuvrigny: distese immutabili di vigneti sotto un cielo dalle nuvole incombenti di un autunno ormai inoltrato, fascino imperituro di un luogo geografico divenuto meta di pellegrinaggio per tantissimi appassionati di vino, capace tuttavia di regalare differenti identità ampelografiche e realtà produttive, alcune delle quali identificate come vere e proprio oggetto di culto.

Il viaggio da Parigi è trascorso confortevole, percorso interamente lungo i canali di una moderna ed efficiente autostrada, gradualmente il paesaggio circostante è mutato, digradando dalle caotiche sfumature metropolitane della periferia della capitale in rassicuranti paesaggi bucolici, poi formalizzati nelle geometrie dei vigneti della Champagne, con dei vigneti dalle sembianze basse, fitte e simmetriche, senza grossi dislivelli di altitudine.

Il nostro appuntamento è con un talentuoso recoltant manipulant – si definiscono con tale espressione i piccoli produttori di Champagne da uve di proprietà – si chiama Francis Orban ed in pochi anni, da quando ha assunto le redini dell’azienda familiare, ha acquisito una notorietà internazionale, devoluta precipuamente al fascino dei suoi prodotti ottenuti dal vitigno autoctono pinot meunier, quasi esclusivamente in purezza: utilizzato in passato di frequente nella preparazione delle cuvée champenoise (dunque in blend), deve il suo nome alla particolare colorazione della parte inferiore delle foglie, che assume un colore farinoso, per cui sarebbe definibile come il “Pinot del mugnaio”.

Incredibilmente l’azienda, come dicevamo collocata nel minuscolo borgo di Leuvrigny, a metà strada fra Epernay e Troissy, è contraddistinta dalla guglia di una chiesa, eretta in pratica nel giardino ubicato al lato dell’ingresso della piccola maison, con i vigneti retrostanti in bella vista, che delimitano il perimetro dell’orizzonte: nulla di più distante dalla grandeur e magniloquenza profusa nella costruzione dell’immaginario commerciale e di marketing della lontana Bordeaux, con le aziende storiche rappresentate archetipicamente dagli chateaux, e forse anche dal fascino della più vicina Borgogna, dove spesso i vigneti sono delimitati da muretti a secco – i cosiddetti clos – e spesso le proprietà delle maison fanno capo a grossi fondi di investimento internazionale, altere ed inaccessibili ai turisti che vi passano distratti, magari diretti verso altre mete.

Monsieur Orban ci aspetta nell’androne della propria abitazione, una villetta familiare a due piani, estremamente cordiale ed affabile nonostante gli impegni pressanti ed i ritmi della lavorazione, ci confida di essere impegnato in cantina nelle operazioni di degorgement – in pratica la sboccatura funzionale all’eliminazione del vino dai residui di fermentazione – e di essere da pochi giorni rientrato da Modena: qui ha atteso alla manifestazione “Champagne Experience”, ospite degli organizzatori e del proprio distributore Pellegrini, l’entusiasmo è immediatamente percepibile dallo sguardo e dal tenore delle argomentazioni, definisce l’Italia “come sua seconda casa, oltre a rappresentare un mercato di riferimento decisivo della sua realtà aziendale dopo ovviamente quello nazionale interno” e la recente manifestazione che lo ha visto espositore come “principale evento fieristico internazionale di settore”, insomma un entusiatico viatico per la visita ai vigneti.

Francis Orban ha solamente 39 anni, e un grande attaccamento alle radici del suo luogo avito che non ha mai abbandonato nonostante il conseguimento della laurea, pensiamo che il bisnonno Leopold Orban era un pioniere della spumantizzazione della zona, sino ad arrivare a vantare oggi circa 8 ettari di vigneto, adibiti solamente nella misura del dieci per cento alla coltivazione di Chardonnay, con una produzione annuale di circa 70.000 bottiglie: il luogo rappresenta il micro-clima ideale per la coltivazione di tale varietà, grazie all’esposizione a Sud ideale, al terreno argilloso-calcareo ed alla forte escursione termica, non scevra da tecniche di vinificazione moderna, come l’impiego di barrique di trecento litri provenienti dalla Borgogna per i cru di gamma.

La visita in azienda volge al declinare, e ci apprestiamo alla degustazione dei prodotti della gamma offerta: dopo la splendida overture del binomio “Brut Vielles Vignes” ed “Extra-brut” – note rotonde, sapide e minerali tipiche del vitigno, lasciandosi alla spalla l’acidità dei “blanc de blancs” da sole Uve Chadonnay – in assaggio uno splendido Rosè, ed infine i due grand-cru, e cioè i sontuosi “Millesimè 2012” ed infine la “Cuveè Orban 2012”, straordinarie note tostate per un prodotto rimasto sui lieviti per 6 anni ed affinato in legno, prodotto solo in annate reputate adeguate da un piccola parcella, vero e proprio paradigma di lavorazione dell’imprenditore.

È tempo di accomiatarsi da questo luogo atemporale e magico, e non sembri fuori luogo citare, ad onta dello sciovinismo caratterizzante, in modo più o meno velato, il francese medio, un esponente d’eccezione del popolo d’Albione, Sir Winston Churchill

“quando vinci meriti lo Champagne, e nell’ipotesi opposta, nella sconfitta, ne hai bisogno”.  

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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