Ristorante Essencia – il progetto di cucina fusion iberico-partenopea nel cuore del centro storico di Napoli

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Ristorante Essencia – il progetto di cucina fusion iberico-partenopea nel cuore del centro storico di Napoli

Napoli, Piazza Giovanni Bovio è a un tiro di schioppo dal centro storico, laddove gli echi della capitale Angioina risuonano imponenti in Largo Santa Maria La Nova. Al fascino di questo imponente e suggestivo complesso monumentale, degradato negli ultimi anni ma oggi oggetto di un importante progetto di riconversione comunale, si aggiunge un afflato ideale, i desideri di una giovane coppia, lui chef e lei sommelier, divenuti concrezione, poiché titolari di un’attività ristorativa innovativa proprio di fronte a tale sito, ad un dipresso dallo storico “Bar La Nova Central”. 

I protagonisti sono Dario Gallo (fratello di Carmine, nostra vecchia conoscenza, maitre di sala, ora in forza all’eno-osteria Abraxas dei Campi Flegrei) e Natalia Quaglietta, coppia sul lavoro e nella vita: alla loro sinergia ed intraprendenza professionale – il primo chef, con importanti esperienze in ristoranti stellati iberici come Disfrutar e Tragaluz in Barcellona, la seconda sommelier innamorata della tradizione eno-gastronomica iberica, con trascorsi nei medesimi locali – si deve l’apertura del Ristorante “Essencia”. Oggi, sono trascorsi sei mesi dall’apertura (avvenuta il primo maggio, festa dei lavoratori, sorta di contrappasso ideale) e su di loro grava un retaggio culturale divenuto obiettivo ambizioso, quello di rappresentare un trait d’union fra tradizione napoletana e sperimentazione catalana, con una scelta dei vini estesa e dei menù degustazione in divenire, agganciati anche alla disponibilità stagionale. 

Gli arredi e i suppellettili, pur evidenziando l’avvenuta riconversione della struttura primigenia, casa privata precedentemente adibita a gestione da cocktail-bar, sono in linea con la filosofia stilistica condivisa dai giovani imprenditori, all’insegna dell’ibridazione fra tradizione architettonica classica – mura in tufo, pavimenti in arenaria, travi al soffitto – ed un tapas bar “a la page” – evidenziato dai simmetrici mosaici alle pareti e gli elementi decorativi in ferro battuto del locale: composito e discreto il lavoro sui materiali grezzi effettuato, luminosa la cucina a vista ubicata in fondo alla prima sala, subito dopo il bancone d’ingresso, originale l’idea della proposta d’utilizzo di un tavolo unico di condivisione, dove i clienti possano magari socializzare da avventori sconosciuti durante i pasti. 

Passando alla proposta gastronomica, risulta interessante la composizione e varietà prescelta, con possibilità di menu degustazione a 4 e 5 portate, ed ovviamente pairing con i vini curati dalla dinamica e sorridente sommelier-titolare Natalia, con la collaborazione della collega ed amica Marzia, solerte e tempestivo il servizio in sala: da rimarcare la preminenza evidente, nell’utilizzo degli ingredienti, di prodotti da pescato locale (anche se tuttavia non si disdegna la cacciagione, scarsamente impiegata dai ristoratori della zona), a cui fa da contraltare l’acidità dei vegetali – magari biologici, anche questi in grande spolvero – peccato per la mancata presenza, in carta, di un piatto con selezione di salumi e formaggi (essendo la terra catalana anche in tali settori luogo elettivo, aldilà di forzature e speculazioni commerciali, alle quali non si attaglierebbe la qualità della proposta ivi registrata). 

Nella degustazione in rassegna spiccano, dopo aver apprezzato la sapidità dello “sgombro marinato al moscow mule” ed il “pan chino ripieno di riccio di mare e mozzarella”, lo splendido impiattamento della “variazione di ostriche”, in bilico fra ambizione e complessità della materia di base trattata: passando ai primi, la dolcezza temperata e la croccantezza dei “bottoni di polpessa” segnano il passo, mentre fra i secondi, di sicuro da menzionare il “polpo alla gallega”, ma anche il “piccione in doppia cottura” e la quaglia, una stratificazione di sapori che non provocano interferenze, di chi ha davvero appreso la lezione con umiltà e pervicacia, il coraggio viene profuso infine nei dessert, con la “zuppetta di cioccolato bianco e cereali” e la sconosciuta (per lo scrivente) “torreja”, gustoso dolce catalano di origine latino-americana, ottenuto con pane raffermo, uova e cannella in polvere.

Carta dei vini ancora ridotta ed in divenire attesa la recente apertura, per ora limitata alle referenze regionali (con l’espressa eccezione degli champagne, “grande amore ancestrale” come dichiarato dalla sommelier). Abbiamo bevuto, dunque, Asprinio spumantizzato di Martusciello “Trentapioli” ed infine un interessante Pallagrello Bianco biologico, dell’Azienda Agricola “Il Verro”, a tutto pasto, aromatico e persistente: attesa la qualità della proposta gastronomica complessiva, al prossimo giro potrebbe richiedersi un Priorat o un Rioja Reserva, i titolari sono espressamente allertati…

 

 

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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