N’ATA LUNA – Il Ristorante Concept a Grottaminarda che coniuga identità locale e cosmopolitismo gastronomico

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L’Alta Irpinia, meglio dirlo senza infingimenti, vive un momento di profondo sviluppo – e rinnovamento – turistico/gastronomico: vuoi per l’operato di ristoranti oramai consolidati come l’Oasis di Vallesaccarda dei fratelli Fischetti, che conferma la stella Michelin da svariati anni, vuoi per una kermesse culturale all’insegna della contaminazione diretta da Vinicio Capossela come lo Sponz Fest di Calitri, vuoi per la presenza di alcune aziende viti-vinicole d’avanguardia, come ad esempio Cantina Giardino in Ariano Irpino produttrice di vini naturali (o altre più “ortodosse”, penso ad esempio a De Sanctis nella vicina Montemiletto).

Secondo tale prospettiva, si carica di particolare pregnanza innovativa la recente apertura, in quel di Grottaminarda, nella Contrada Ruvitello, del ristorante N’ata Luna, in partnership con la ditta “Caffè Vergnano 1882”: vero e proprio concept-store, collocato nei pressi di uno snodo stradale costituente un raccordo simbolico della Valle dell’Ufita (sorretto idealmente dai reciproci interscambi eno-gastronomici tra regioni contigue), nasce grazie all’ingegno imprenditoriale del commercialista-consulente aziendale Vincenzo Panico con la complicità della propria coniuge e cognato, e dall’estro tecnico-culinario della talentuosa chef in pectore Fabiana Scarica – da sempre impegnata in un’intensa attività di consulenza, avremo modo di tornarci – che ne ha affidato la direzione al suo pupillo Salvatore Marino (valente ex sous-chef in “Villa Chiara”, suo locale principale), ventiquattrenne partenopeo, con prestigiosi trascorsi anche al J.K. di Capri.  

In primo luogo, l’idea fondante del locale, aperto tutti i giorni a pranzo e cena, cioè quella della duttilità alle esigenze della clientela più disparata, con un’offerta culinaria quanto mai composita ed estesa, includente brunch ed aperitivi, light lunch per avventori d’affari, menù degustazione estesi e ridotti, elegante bancone per miscelazione e cocktail d’autore: a fare da contraltare, una sorta di sincretismo nella predisposizione degli arredi d’interni, ibridazione fra una cucina domestica ed una raffinata lounge di ricevimento, con suppellettili. masserizie e boiserie dal gusto moderno, rigorosamente provenienti da manifatture locali.  

Dicevamo la sensazione d’immediatezza e d’informalità all’ingresso, che si percepisce senza soluzione di continuità anche nel dehors esterno, costituito da eleganti tavoli in legno, disposti simmetricamente, sui quali si è gustato un gin tonic artigianale, complice la gradevole brezza serale, vaticinante l’imminente temporale, a suggellare una sorta di epilogo anticipato della stagione estiva: partendo dagli antipasti, con qualche “libera improvvisazione” che conferisce estro, in primis in assaggio, privilegiando le portate di pescato fresco, il “polpo glassato alla ‘nduja, zucchine e latte di cocco”, equilibrato e non invadente al palato, sarebbe stato interessante contestualmente misurare l’audacia dello chef Marino con l’iconoclasta “lingua di vitello laccata alla birra, crudo di gambero rosso marinato e pompelmo rosa”.

Passando ai primi, davvero sapiente il livello di cottura della “pasta mischiata in zuppa di ceci e triglia, al profumo di zafferano”, porzioni soddisfacenti e giusta sapidità, inarrivabile tuttavia l’altro dei primi in degustazione,  “ravioli di pasta fresca con genovese di manzo, spuma di pecorino e polvere di alloro”, da notare inappuntabile l’eleganza delle simmetrie nell’impiattamento, riscontrabile anche negli eleganti secondi di carne, agnello e manzo in primis: diviene chiaro a questo punto uno dei fil rouge delle preparazioni, e cioè il tentativo di contaminare la tradizione culinaria irpina con l’utilizzo di ingredienti da presidi slow food locali (nocciola avellana e zafferano di Lacedonia, ad esempio) ed infine palesi prestiti dalla cultura culinaria della Penisola Sorrentina, sotto l’egida della chef Scarica, of course.

 

 

Una notazione di merito, concludendo, anche alla composizione della carta dei vini ed alle opzioni “pairing” con i menu, a cura dalla competente sommelier Mafalda Mennino – anche appassionata scrittrice, vestale delle tradizioni gastronomiche locali curando la redazione di libri di ricette tradizionali –  eccellenze del territorio in bell’evidenza, e tutti i grandi classici italiani rappresentati, con numerose incursioni nella “Toscana che conta” fra Brunello, tagli Bordolesi e Bolgheri: in degustazione il Fiano d’Avellino “Villa della Congregazione” di Villa Diamante, equilibrio inarrivabile tra mineralità e consistenza, seguito dal rigore dello “Chablis” della casa Laroche, transitando per la novità siciliana di casa Donnafugata Vittoria Frappato “Bell’assai”, concludendo, sui dessert, con il “Ratafia di Nonna Erminia” della casa Di Meo, come non essere rimandati a quella terra straordinariamente fertile di prodotti e foriera di emozioni che è l’Irpinia.

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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