L’OPERA DI MICHAEL POLLAN “IN DIFESA DEL CIBO” CHE ASSUME IL VALORE DI UN SAGGIO ANTROPOLOGICO

L’OPERA DI MICHAEL POLLAN “IN DIFESA DEL CIBO” CHE ASSUME IL VALORE DI UN SAGGIO ANTROPOLOGICO

Vi sono testi in cui assume un valore particolarmente esplicativo, da un punto di vista contenutistico, il sottotitolo, ed a questa regola non si sottrae l’ultimo saggio di Michael Pollan (da cui è stata tratta una serie di documentari targati Netflix curati dal medesimo autore, professore di giornalismo a Berkeley, editorialista del New York Times ed autorevole voce nell’ambito del dibattito globale sull’alimentazione), pubblicato in Italia per i tipi della Adelphi, “Cotto – Storia Naturale della Trasformazione”.

Dal crudo della natura al cotto della cultura, non un pleonasmo ma l’assioma alla base dell’opera di Pollan, che ripropone in questo volume una formula narrativa da egli già collaudata nei due precedenti saggi di successo – sempre pubblicati in Italia da Adelphi – che mescola esperienze personali, scienza ed antropologia, attingendo a piene mani, con acume stilistico, dalle influenze più disparate, dal new journalism degli anni sessanta (per la forma espositiva adottata nel volume, della commistione fra romanzo e reportage) sino al giornalismo d’inchiesta coevo, senza sofismi o lungaggini descrittive nonostante l’obiettiva lunghezza – circa 450 pagine.

Scopo dichiarato del volume è quello di indurre, nel lettore, una sorta di “ripensamento culturale” del rapporto con il cibo, immaginandone la catena evolutiva, da epoche in cui si per mangiare bisognava letteralmente sporcarsi le mani, uccidendo animali e coltivando la terra senza mediazioni, agli anni attuali, in cui cucinare significa sempre più padroneggiare tecniche di raffinazioni chimiche, basti pensare ad esempio ai processi di maturazione indotta degli alimenti.

Cotto – Storia Naturale della TrasformazioneSignificativamente suddiviso in quattro capitoli corrispondenti numericamente agli elementi originari coinvolti nella fase di preparazione del cibo, la sistematica adottata dall’autore (pedissequamente rispettata dai documentari tratti, di recente disponibili su Netflix) è la seguente:

1) fuoco, inerente la cottura della carne, e segnatamente la preparazione del barbecue nel luogo originario dello stesso, e cioè il North Carolina, Stati Uniti d’America, nel quale si reca Pollan

2) acqua, cucina in pentola con fondi di cottura, cioè mirepoix, zuppe, brasati e bolliti, preparati dallo scrittore nella propria abitazione, illustrandone le composizioni con specialisti della materia

3) aria, sostanzialmente afferente alle tradizionali forme di panificazione, passando in rassegna ed intervistando i più grandi esponenti di tale arte sul suolo statunitense

4) terra, particolarmente d’attualità nell’ambito gourmet (basti pensare alle sperimentazioni condotte al Noma di Copenaghen, laddove vi è un addetto alle fermentazioni, per valorizzare tale fase), suddivisa in sottocapitoli inerenti la fermentazione degli ortaggi e dei formaggi, del latte, ed infine quella alcolica, in particolare la birra.  

È evidente come il libro possa anche leggersi in forma di j’accuse contro il junk-instant-food, tanto diffuso in America ed incontestabilmente (a detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) fattore causale del più alto numero di obesità adolescenziale del mondo registratosi negli Stati Uniti, , nonché di pamphlet anti-spreco del cibo, ad interrompere i toni della colta divagazione ci pensa il medesimo autore, chiosando icasticamente alla fine del secondo capitolo: “mangiate quello che desiderate, ma preparatevelo da soli, e non mangiate nulla di quello che i vostri nonni avrebbe rifiutato”.

Un autore tutto da scoprire, ed è infine interessante notare come Pollan risulti di stringente modernità anche nel contesto del dibattito “ideologico” fra i carnivori ed i vegetariani, una sorta di terza via del cibo: “personalmente mangio solo carni ottenute da produzioni sostenibili, ed al massimo una volta alla settimana.” Concludendo, se è vero che la cultura del cibo ha radici antichissime, è altrettanto vero che nei tempi nostri, più che mai, la relativa riscoperta e valorizzazione debba intendersi come un elisir di lunga vita, e come elemento di coesione ed inclusione sociale.

Carlo Straface
Carlo Straface
Carlo Straface, nato a Napoli il 9 Novembre 1979, avvocato per necessità, giornalista pubblicista per passione, eno-gastronomo per diletto. Assaggiatore di secondo livello presso la Scuola Europea Sommelier, militante degustatore nei luoghi più disparati e reconditi di Napoli, vive a lavora a Napoli, dove girovaga per cinema ed enoteche nel tempo libero.

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